CHIESA E STATO NELLA STORIA

Chiesa e Stato

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COLLANA “ATHENA,, di STUDI RELIGIOSI

E. VERCESI

CHIESA E STATO NELLA STORIA

Soc. Anonima EDIZIONI “ATHENA,, - Milano 1931

PROPRIETÀ LETTERARIA I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti î paesì, compresa la Svezia, la Norvegia e l'Olanda. Copyright « Athena », 1931

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UNIVERSITA’ DI ROMA FACOLTA” DI GIURISPRUDENZA ISTITUTO DI DIRITTO PUBBLICO

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DONAZIONE DEL Prof. VINCENZO DEL GIUDICE

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Prem, Tipografia G. BIANCARDI - LODI (Milano

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PREFAZIONE

I rapporti tra Chiesa e Stato hanno variato nella storia. Ci furono periodi di lotta ad oltranza, di collaborazione con tendenza a prevalere dal- Puna:o dall'altra parte, di concordati; al di dell'Atlantico uomini di Chiesa e uomini di Stato “vanno d’accordo nel levare a cielo, all'infuori di ogni ideologia preconcetta, e rimanendo sul ter- reno dei fatti, la separazione delle Chiese dallo Stato in uno spirito di libertà. In Francia, ven- ticinque anni iaddietro, ‘all'indomani del crollo del Concordato napoleonico, sorrise l’idea di una separazione che non era di libertà, ma di combat- timento. A guerra terminata, dopo una lunga serie di negoziazioni, si trovò l’ubi consistam /ra Chiesa ‘e Stato nell’esperimento leale delle Associazioni diocesane. |

A Ginevra la città di Calvino l’abate Carry, cinque lustri or sono, portò la sua pietra, all'edificio della separazione nella libertà, ciò che ‘non videro di buon occhio gli eredi di Calvino, per fatto che la separazione nella libertà favorisce ivi i più alti interessi spirituali del cattolicismo romano,

Dopo la guerra, sotto il Pontificato di Pio XI, l’idea Concordataria ebbe nuove e svariate appli- cazioni in diversi paesi. Tutto ciò dimostra chia- ramente l’esistenza di un dinamismo nella storia che occorre constatare allo stato di fatto; e se i fatti, che sono di un’indubbia eloquenza, non deb- bono far perdere di vista l'ideale di una collabo- razione nell'unione tra il potere civile e religioso, non si deve nemmeno restare prigionieri di forme storiche più o meno oltrepassate.

Il motto di Cristo: Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che di Dio rimane sem- pre e dovunque il polo verso cui si deve tendere, ma le forme per la realizzazione di questo grande ideale variano. secondo le condizioni storiche, i paesi, i tempi. |

Chi vorrà percorrere queste pagine, intese a mettere in rilievo le persecuzioni dei tre primi secoli, le sottili arti di Bisanzio, l'educazione dei barbari, il periodo di Carlo Magno, le lotte tra il sacerdozio e l’impero, l’assolutismo dei Re sino alla rivoluzione francese, il primo Napoleone, la sepa- razione della Chiesa dallo Stato, come era ambita dai giacobini alla Combes e com'è attuata nella repubblica stellata, dovrà constatare che rarissi- mamente venne raggiunta l'unione dei due poteri, com'è intesa generalmente. Il dinamismo storico ha il sopravvento sulla concezione statica, spesso con- lradetta dai fatti.

Nelle pagine che seguono mi sono sopratutto preoccupato di esporre i fatti nella loro oggettiva realtà lasciandoli parlare nel loro genuino linquag- gio. Ho avuto sempre presente l’alto postulato di giustizia che ha segnato la Costituzione eterna di tutti i popoli cristiani: si deve dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.

Questo volume ha dunque un carattere di stu- dio, che permette di cogliere il monito della storia senza perdere di vista l'ideale perenne che deve presiedere alla storia di oggi e di domani.

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CESARE

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Cesare

La patria era stato in ogni tempo ,pel mondo pagano la più santa delle divinità. Allorchè Roma divenne la patria comune delle genti civili, fu anche la loro religione comune. In mezzo alla con- fusione degli deî e dei culti innumerevoli, il culto di Roma era il solo universalmente professato. Giove, Isis, Mitra Cibele ricevevano l’omaggio di gruppi di adoratori, ma al disopra degli deî na- zionali troneggiava la religione dello stato univer- sale. L’ideologia dell’antichità pagana è nota. Era un assioma di diritto pubblico, accolto da tutte le intelligenze, che l’uomo fosse fatto per lo Stato, il cittadino per la patria, esclusivamente. La fi- losofia antica partiva da questo presupposto che non ammetteva contestazioni: « Essa scrive Goffredo Kurth era protesternata, come il resto del genere umano ai piedi dell’idolo comune, e, | per una eccezione. molto strana, il dio-stato era di tutte le divinità la sola che fosse fuori delle sue negazioni. Giammai il più audace pensatore del- l’antichità pensò a scuotere questo dogma fonda- mentale del paganesimo: la divinità della patria. Nessuno protestò contro l’asservimento della co- scienza allo Stato, rivendicò per la persona

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umana i diritti imperscrittibili che teneva dalla natura » (!). L'impero romano, che fu il tipo più completo della società pagana, poggiava sulla di- vinizzazione di Cesare considerato come simbolo ed incarnazione della patria civilizzata.

Regni interi erano stati convertiti in provincie romane. Capitali superbe come Alessandria, An- tiochia, Cartagine, Alene, Gerusalemme erano astri secondari gravitanti attorno la grande metropoli del Tevere. Roma era nel suo massimo splendore La si riteneva generalmente eterna. Si trovavano o- vunque l’opera della sua mano, tracce de’ suoi passi. Tutte le nazioni della terra andavano a se- sedere sui gradini del suo Colosseo che aveva 80.000 seggi e del suo Circo che ne contava 360.000. Le sue piazze pubbliche avevano: la mae- stà e l’opulenza dei Santuari. Dei templi magnifici si allineavano in file serrate, rivaleggiando in ric- chezza e grandezza. Era il cuore dell’Impero.

La città era un mondo. Urbs Orbis dicevano i suoi poeti. Urbs aeterna, recavano le sue iscri- zioni molto tempo prima che il cristianesimo desse una consacrazione reale e solenne a queste affer- mazioni. I Romani salutavano l’impero come la patria di tutti i popoli civili della terra e «davano ai loro Imperatori il titolo di principi del genere umano, di padroni del mondo. L’eternità dell’im-

(1) GopEerRoiD KuRTH: Les origines de la civilita. tion moderne. Victor Relaux. Paris.

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pero era un assioma politico che riassumeva tutlo il credo del loro patriottismo. L'impero non era alcunchè di astratto ed invisibile; era una divinità che si lasciava vedere e toccare e si impersonifi- cava nell’Imperatore. Questi, in quanto era simbolo vivente della patria, aveva diritto allo stesso culto che s'era già reso a questa. In lui la vecchia dot- trina pagana della divinità dello stato trovava la sua espressione più completa. « L’insieme dei di- ritti divini ed umani sono ancora parole di Kurth risiedeva nella patria. Questa con un atto di sovrana volontà li conferiva, ogni volta che di- venivano vacanti, all'uomo che essa giudicava più degno. Il Senato serviva da organo per operare questa trasmissione e l’atto legale pel quale questa aveva luogo, è conosciuto sotto il nome di legge regale. Una volta che Cesare aveva ricevuto, in virtù di.questa legge, i diversi poteri che forma- vano, riuniti, tutta l'autorità sociale, non restava più alcuna particella della potenza pubblica che non fosse assorbita nella sua persona. L’anima della patria era passata nella sua. Egli partecipava della sua sacrosanta natura, era dio. Questa audace finzione, divenuta un vero principio costituzionale, può essere considerata come la chiave di volta del sistema imperiale. La divinità dell'Imperatore fu dedotta interamente per via di sillogismo dal- l’idea pagana della divinità della patria. Cesare diveniva ,come ebbe a dire un antico, un dio pre- sente e corporale, al quale. bisogna rendere un

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culto assiduo non appena ha ricevuto il titolo di Augusto (1). Indubbiamente una dottrina politica che do- mandava simili sacrifici alla ragione umana, tro- vava degli increduli. Indiscrezioni d’anticaméra riferivano talora le piaccenterie che gli imperatori stessi si permettevano sulla loro divinità. La reli- gione ufficiale non chiedeva l'assenso interno. Si accontentava di un’adesione puramente esteriore e non legava la coscienza. Chiedeva ubbidienza, non un atto di fede. Si poteva non credere, purchè agisse come si credesse. La divinità di Cesare era un'ipotesi costituzionale necessaria alla pro- sperità dello Stato. Occorreva sottomettersi per patriottismo dove mancava la convinzione reli- giosa. Abbruciare alcuni granelli d’incenso da- vanti alla statua dell'Imperatore nelle feste solenni o fare qualche libazione sul suo altare era un atto di buon cittadino e nulla più. Chi rifiutava il granello d’incenso era nemico di Cesare, e perciò stesso della patria. « Tu sei nemico di Cesare ». Bastava un’accusa del genere perchè una nube passasse sulla fronte del giudice romano, lasciasse cadere la bilancia dell’equità ed inviasse il Giusto alla morte. e”

Questo stato di cose aveva trovato il cristiane- simo quando incominciò a diffondersi nel vasto im- pero romano.

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(1) VegeT: De re militairi. II, 5.

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E nota la formola lapidaria introdotta da Cristo ne’ rapporti con Cesare: « Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello *che è di Dio (1). Il fariseismo avrebbe voluto cogliere in fallo il Maestro di Galilea. Se egli avesse ri- sposto che bisognava sottostare ai balzelli di Cesare, l'avrebbero rappresentato come nemico del popolo; se al contrario avesse avuto un atteggia- mento ostile a Cesare l’avrebbero dipinto come sovvertitore e nemico dell'impero.

Erano dei politicanti che volevano imprigio- nare il divino Maestro nelle loro querele di par- tito, querele che avvolgevano talora sotto abbiglia- menti nazionali; ma il Redentore non si turbava.

Le sue risposte, mentre riempivano di confu- sione il fariseismo riottoso, recavano seco il fer- mento di una rivoluzione senza pari nella storia, tanto più radicate, in quanto non faceva appello ‘alla forza e alla rivolta, ma all’evoluzione lenta che scaturisce dalle profonde viscere della co- scienza umana. |

Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. « Questa parola evan- gelica è sempre l’eminente storico belga supe- riormente citato che parla contiene in germe una grande e pacifica rivoluzione, la più conside- revole che si riscontri negli annali del mondo. E la sentenza di morte del Cesarismo, l’atto di affran-

(1) Evangelo di S. Luca: XX, 25.

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camento di tutti gli nomini. Il giorno in cui -fu pronunciata, un nuovo ordine sociale uscì dal nulla e quelli che l’intesero poterono intravedere da lontano l’aspetto luminoso e ridente della ci- viltà cristiana. Il principio civilizzatore era ora- mai naturalizzato quaggiù » (1).

Cesare era ad un tempo /mperator et Summus Pontifex. Egli teneva nelle sue mani due ele- menti disparati, due poteri, il temporale e lo spiri- rituale. Cristo intervenne e, senza prendere diret- tamente posizione contro Cesare, fece la classica distinzione dei due poteri che non tardò ad avere .il sopravvento anche nell’ordine' dei fatti.

Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio. V’ha dunque qualche cosa che sfugge all'impero diretto di Cesare. Quest’'im- pero ha un limite. Prima, Cesare era il solo arbitro delle coscienze, la sola misura della mo- ralità degli atti. Lo scopo della esistenza era raggiunto quando s'era contribuito alla grandezza della patria. Col cristianesimo è subentrato un nuovo elemento in cui la personalità umana rende omaggio a Cesare, secondo un precetto superiore consacrato dalla nuova legge, ma è e si sente libera nelle sfere del mondo spirituale. Non più ser- vaggio, ma ‘solo la legge dell'amore che addita Dio e la paternità divina in cielo e la ;fratellanza umana sulla terra.

(1) G. KurtH: Op. cit.

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Nel concetto cristiano, i due termini: Cesare e Dio non si contradicono, come non si confon- dono. Quando la folla vuol fare del Redentore un re, egli si sottrae e fugge; il suo non è un regnodi questo mondo. È apportatore della lieta novella, di un regno spirituale e mondiale; ma quando è questione di questo regno spirituale e della sua giustizia, Egli reclama pel Padre suo che è nei cieli l'esclusivo imperativo categorico.

Dio solo è il padrone della vita e della morte. Questa idea sublime, applicata nelle leggi e nei costumi, ha fatto di più pel progresso del genere umano che ‘non tutti i sogni dei filosofi antichi e tutta la saggezza degli uomini di Stato dell’anti- chità. L’obbligo per l'individuo di rendere a Dio ciò che è di Dia è la sorgente e la misura della sua libertà civile. Ogni suo dovere verso Dio gli conferisce un diritto di fronte a Cesare. Il cri- stiano non si rivolta contro il potere legittimo anche quando è ingiusto, ma non viene meno all’imperioso dovere della sua coscienza. Rin- chiuso nella fortezza inespugnabile della sua co- scienza, attende che la burrasca passi. Nell'attesa, darà il sangue se occorre. Al cristianesimo si rimprovera talora di avere una dottrina rivolu- zionaria, come lo si accusa sovente di essere com- plice del despotismo. La storia è per dimo- strare che il cristiano anche quando disobbedisce ad ordini ingiusti rispetta ancora il potere da cui emanano. Volendo essere consentaneo collo spirito

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che emana dalle pagine eterne dell’evangelo, il cristiano non può essere complice di nessun di- spotismo nel suo cuore, ma non insorge nemmeno “a mano armata per imporre un ordine di cose che scaturirà sotto forma di evoluzione da un’idea luminosa fondamentale pel cristianesimo. Non ri- voluzione adunque, dispotismo, ma lo sviluppo lento e continuo di una fratellanza umana nella fraternità divina. Questa verità, come avremo oc- ‘casione di constatare, balza fuori limpida ad ogni svolta della storia.

Fu per altro necessario che passasse molta acqua sotto i ponti del Tevere prima che il nuovo ordine di cose divenisse un fatto compiuto. Paga- nesimo e cristianesimo si trovarono di fronte come due mondi. La Chiesa vale a dire la so- cietà spirituale istituita da Cristo per la continua- zione, in una forma visibile, della sua redenzione ed azione nel mondo aveva un bel protestare che si sottometteva alle leggi, ubbidiva al potere e pregava per la patria e l’imperatore. Essa era ciò nondimeno il germe vivente di un mondo nuovo, che non poteva svolgersi e grandeggiare che a de- trimento del mondo antico. Si procedette per tappe. Man mano che diveniva più tangibile l’e- spansione della Chiesa, lo Stato romano faceva pesare la sua mano. La Chiesa non aveva un’'esi-

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stenza legale, non era una religione autorizzata dallo Stato. Questo proibiva con gelosa severità qualsiasi collegio, vale a dire ogni associazione indipendente. Non vera aria respirabile per la Chiesa nell'atmosfera’ mefitica della legislazione romana. Essa era sediziosa pel fatto stesso della sua esistenza. Come potè adunque svolgersi, cre- scere, per tre secoli, senza venire soffocata? Le proibizioni rigorose contro le società private fa- cevano una eccezione in favore dei collegi funebri. tolleravano, non credendosi di dover temere gran che, da gente che non si associava che per procu- rarsi una tomba. Quei collegi riconosciuti legal- mente, avevano la loro organizzazione, i loro beni comuni, la loro cassa, le assemblee periodiche, i banchetti, e sopratutto i cimiteri comuni dove tutti i loro membri erano assicurati dell’inviolabilità del loro ultimo soggiorno. La Chiesa prese di fronte allo Stato il carattere di collegio funebre ed ottenne la proprietà legale delle sue tombe. Il suo vescovo, inscritto sui registri del fisco come il capo riconosciuto dell’associazione, pagava in suo nome l’imposta privata sui collegi di questo. genere. A questo modo la Chiesa potè nascon- dere tutti i tesori della sua fede e del suo culto. La legge non discendeva nelle sue tombe per verificare che cosa essa facesse nelle tenebre. La Chiesa era d'altronde molto prudente. Iniziava i catecumeni poco a poco e non rivelava che a’ suoi fedeli il segreto Eucaristico. Una

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lingua tutta in figure e in emblemi facilitava la discrezione degli iniziati. Colui che fosse disceso nei santuari sotterranei delle catacombe per sor- prendere ciò che i cristiani nascondevano con tanta cura non- avrebbe trovato altro che delle camere mortuarie ornate secondo il gusto e le idec dell’epoca. Le iscrizioni non gli avrebbero appreso che dei nomi; gli affreschi delle pareti avrebbero messo sotto i suoi occhi i soggetti fa- voriti della scrittura decorativa dei pagani. Non avrebbe nememno sospettato il senso mistico di quei pesci, di quelle Ancore, di quelle palme che figuravano con profusione sui sarcofagi e nulla gli avrebbe potuto fare indovinare che quelle tombe oscure erano la culla di una rivoluzione senza precedenti nella storia del genere umano (1).

I pavidi pescatori di Galilea, trasformati in pescatori d’anime, dopo la Pentecoste, caratteriz- zata da lingue di fuoco e tuoni risuonanti dal cielo, celebrata nel Cenacolo di Gerusalemme, ave- vano iniziata la prima missione agli Ebrei. Geru- salemme era stata scelta come centro della loro attività. Gerusalemme era allora un importante centro internazionale. Tra gli ebrei che si pigia- vano sulla via per ascoltare il discorso di’ Pietro sulla Risurrezione v’erano i rappresentanti di altre nazioni: cretesi, arabi, frigi, alamiti, romani, greci. cogli Ebrei gli apostoli argomentavano ad hominem,

(1) G. KURTH: Op. cit.

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Ricorrevano all’Antico Testamento e specialmente alle profezie per passare a parlare di Cristo ri- sorto. Alla domanda degli Ebrei: « Che cosa dobbiamo fare? » Pietro rispondeva: « Pentitevi e fatevi battezzare ». Tre mila accolsero l’invito e vennero aggiunti col Battesimo alla prima co- munità.

Dalla conversione degli .Ebrei si passò a quella dei Gentili. Gli Ebrei non tardarono ad in- sorgere contro il cristianesimo. Dopo il martirio di Santo Stefano, i fedeli di Gerusalemme si di- spersero nelle regioni vicine, nell’Arabia, nella Siria, in Cilicia, nella Galazia, Cappadoccia, Bi- tinia, Iliria, Dalmazia, ecc. Gli Apostoli si por- tavano di città in città per annunciare la buona novella. La situazione era questa. Ovunquie i figli d'Israele vivevano lontano dal loro paese e dal loro tempio costituivano una Sinagoga. Si riuni- vano pel Sabato. Si leggeva la Bibbia e qualcuno fra gli assistenti commentava. Se qualche notabile straniero si trovava colà, lo si invitava a dire il proprio pensiero a proposito del testo. Poi si fa- ceva la preghiera in comune. Gli Apostoli ap- profittarono di quesia organizzazione. Entrando in un paese andavano alla Sinagoga, alla ceri- monia del Sabato e prendevano la parola. Inco- minciavano da Mosè e finivano con Gesù. Tro-

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| vero Dio, dai simboli della legge ebrai speranze messianiche, vi appoggia

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tendo, costituivano immancabilmente una piccola comunità, separata dalla Sinagoga e vi mettevano alla testa i « presbiteri » o anziani. E gli Ellenisti convertiti si indirizzavano non soltanto ai loro

simili, ma ‘anche ai pagani. Ad Antiochia, la

metropoli dell’Ellenismo, doveva costituirsi la pri- ma comunità cristiana venuta dal Gentilesimo. Sono note le controversie che sorsero e che si doveltero superare (1). |

Noi non vi ci attarderemo. Presto la nuova religione supera numericamente la religione d'Israele. Nella lotta il giudaismo diviene di più in più nazionale, mentre il cristianesimo prende tutto il suo sviluppo universalistico. Così è un critico protestante, Harnack, che ce lo richiama sessant'anni dopo la fondazione ad Antiochia della prima comunità di pagani convertiti, l'espansione del cristianesimo nelle provincie romane poteva inquietare gravemente uno spettatore come Plinio. Passano ancora sessant’anni e la querela Pasquale mostra una Confederazione di Chiese cristiane che ‘si estende da Lione ad: Edessa e che ha il suo centro a Roma. Qualche tempo dopo Dioclesiano dichiara che sopporterebbe piuttosto un rivale in

(1) Vedi: GiusEPPE ScHMIDLIN: Manuale di storia delle missioni cattoliche, Traduzione del P. Tragella. Istituto Missioni Estere Milano - Vedi anche: Oriente ed Occidente di E. Vercesi. Casa Editrice Santa Lega Eucaristica.

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Roma che un vescovo cristiano. Finalmente, tra- scorso un altro periodo eguale, la Croce trionfa in Campidoglio ed è fissata sugli stendardi ro- mani (1).

Man mano che la diffusione si accentua la persecuzione di Cesare s’intensifica a sua volta. Risuona allora la voce dei rappresentanti auto- revoli della tradizione apostolica: San Clemente nella sua lettera ai Corinti traduce ‘i sentimenti dei cristiani per rapporto ai detentori del potere: « Ai nostri principi, a coloro che ci governano sulla terra, sei tu o Signore che hai dato il potere, colla virtù magnifica ed inenarrabile della tua po- tenza, affinchè conoscendo la gloria e l’onore che Tu hai loro distribuito, noi siamo loro sottomessi e non ci opponiamo alla tua volontà. Accorda loro, o Signore, la salute, la pace, la concordia, la sta- bilità perchè esercitino senza ostacolo l’autorità che tu hai loro affidata. Poichè sei Tu, padrone celeste, Re dei secoli, che dai ai figli degli uomini la gloria, l’onore, il potere sulle cosce della terra. Dirigi o Signore, i loro consigli secondo il bene, secondo ciò che piace a’ tuoi occhi, affinchè, esercitando pacificamente e con dolcezza il potere che tu hai loro dato, ti trovino propizio » (?).

Appena si troverebbe in queste ultime parole

(1) HARNACK: Die Mission und ausbreitung des Christentums. Lipsia, 1906. (?) Vedi Origines Chrétiennes di DucHESNE, p. 181.

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un'allusione assai discreta alla persecuzione. La sommissione è incondizionata, integrale, qualunque sia il principe che segga sul soglio di Cesare. Essa non procede dal prestigio o dal terrore del principe, ma da una concezione religiosa, che, nella sua attuazione, non s'inspira a metodi rivo- luzionari, ma alla coscienza umana e ai metodi | d’intima persuasione. Se si riflette all’aspra bat- taglia impegnata dal paganesimo questa soave serenità sorprende. Il cristianesimo, nei momenti più acuti della lotta, era considerato dai pagani come una delle forme più repugnanti della supe- stizione orientale. Nessuno si degnava di studiarlo prima di giudicarlo. Se si fa eccezione di Seneca che s’era chinato sulla nuova dottrina con sacra curiosità, i moralisti romani si limitavano a di- sprezzarla sulla fede degli Ebrei.

I cristiani venivano rappresentati come l’ob- brobrio del genere umano. Tacito ne parla in questo senso e i suoi contemporanei fanno eco. Anche il cuore generoso di Marco Aurelio si chiude nei lofo riguardi ad ogni sentimento di pietà e di giustizia. Tiranni esecrati, come Ne- rone e Domiziano, si macchiarono di atrocità inau- dite senza che risuonasse una protesta in nome della umanità oltraggiata. « Il sangue sparso è a- dunque così puro? » si chiedevano i fieri rappre- sentanti della coscienza pagana. Correvano le voci più assurde. Il banchetto Eucaristico si trasfor- mava, pei nemici della nuova religione, in un

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pasto di cannibali, e la cerimonia più santa e più pura veniva rappresentata come un’orgia in cui l’incesto e l’adulterio sigillavano nelle tenebre un patto mostruoso tra gli adoratori dell'asino!

In una parola, annegare la Chiesa nel suo sangue, o schiacciarla nel fango, tale era il De- lenda Carthago dell'impero in questo duello gi- gantesco con un nemico più pericoloso di tutte le flotte puniche.

La Chiesa, invitta, sopportò il peso dell’ini- micizia romana. I fedeli, tradotti davanti ai giu- dici, si mostravano inflessibili. Ben lungi dal negare il crimine di cui venivano accusati, se ne gloriavano. Con orgoglio proclamavano: « Sono cristiano ». Alle questioni che venivano loro ri- volte sulla loro patria, la famiglia, la loro condi- zione sociale rispondevano:

Il mio vero padre è Cristo, diceva un mar- tire, e mia madre è la fede per cui io credo in Lui.

Io sono schiavo di Gesù Cristo, diceva un cit- tadino libero. Io sono libero in Cristo, ripeteva uno schiavo. La mia patria è Gerusalemme, ag- giungeva un martire egiziano (1).

In genere non si domandava ai cristiani che rinnegassero la loro fede direttamente. Si chie- deva loro di fare atto di buoni cittadini sacrifi- cando all'Imperatore. Si svolgevano delle scene in cuì s'incontrava la forma più acuta dell’oppo-

(1) Acta Martyrum, pp. 44, 46, 51, 144 (Ruinart).

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sizione tra i principii della Chiesa e il Cesarismo.

Diceva il giudice al cristiano:

Tu devi amare i nostri principi.

E chi ama più dei cristiani l'Imperatore ? Noi non cessiamo di pregare per lui. Domandiamo a Dio che abbia un regno lungo e pacifico, che governi i suoi popoli secondo le leggi della giu- stizia. Noi preghiamo anche per l’esercito e per la salute dell’impero.

Sta bene, replicava il giudice, ma perchè l’imperatore abbia delle prove più chiare della tua fedeltà, tu gli offrirai un sacrificio con noi.

lo onoro l’imperatore e faccio dei voti per lui, ma non posso offrirgli un sacrificio. Non adoro che Dio onnipotente creatore dell'universo.

Le leggi ti prescrivono di adorare il Divino Imperatore.

Dio mi proibisce di rendere un culto ad altri che a Lui solo. i

Tu devi obbedire alle leggi.

È meglio ubbidire a Dio che agli uomini (*).

Questo argomento poneva termine al dibattito tra il mondo antico e il mondo nuovo. I martiri cristiani rendevano omaggio a Cesare in tutto ciò che era di appartenenza di Cesare, ma non vole- vano in nessun modo, anche semplicemente in una forma esteriore, riconoscergli gli attributi divini. Si attenevano rigorosamente alla formola lapi-

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(1) Acta Martyrum, p. 78, 128 (Ruinart).

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daria: Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio; e poichè Cesare nel mondo romano non voleva rinunciare alle sue prerogative come Pontefice, era di tutta evi- denza che la lotta ad oltranza caratterizzasse i suoi’ rapporti colla religione nuova, che reclamava pel suo Dio non già una nicchia nel Pantheon, ma l’edificio intero. È noto l’esito di questa lotta gigantesca. i

Sul finire del secolo III, Dioclesiano si trovò di fronte a una realtà assai preoccupante. Nume- rosi erano i cristiani in tutto l’impero. Distruggen- doli, l'impero rischiava di recidere le sue stesse radici, proprio nel momento in cui l’onda barba- rica premeva minacciosa alle porte. Roma non aveva di fronte un rivale del dominio territoriale, ma della sua stessa podestà di dominio: « Si con- testava scrive E. Costa allo Stato il diritto alla sua essenza di Stato Sovrano, in nome di una, senza confronto, più alta sovranità divina, rispetto alla quale la divinità di Augusto appariva oscena parodia. Di fronte alla frammentarietà futile e pittoresca degli iddii del paganesimo, la ferrea unità di Roma costituiva un valore spirituale di indiscussa superiorità; ma l’unità che i cristiani assommavano nel loro Iddio unico Signore, il Tutto disperdeva e frantumava la unità mon- dana dello Stato romano, imponendole la legge

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nuova » (!). Era il trionfo del Regno di Dio, per realizzare il quale il Redentore era fuggito allor- quando lo si voleva incoronare Re. Il suo regno non era di questo mondo. Il suo era un regno spirituale, universale. Era il regno delle anime. Cesare avrebbe continuato il suo dominio nell’or- dine temporale. I successori di Pietro rappre- sentanti del dolce Cristo in terra avrebbero invece accentrato nelle loro mani il potere spi- rituale. E Roma? Nietzsche nel suo Anticristo non sa darsi pace del crollo dell'impero romano. L’impero di Tiberio e di Caligola portava in la potenza di vivere per parecchie migliaia di anni. Aveva un’architettura granitica che lasciava spe- rare d’essere eterna. Eterna? No. I cristiani l'hanno distrutta « Il cristianesimo sono parole di Nietzsche è stato il vampiro dell’impero romano. In una sola notte ha annientata l’azione enorme dei Romani ». Ippolito Taine non è dello stesso avviso. Egli rimprovera al cristianesimo, al Papato di avere troppo conservato dell’antico impero. I barbari l'hanno colpito spietatamente, ma « col ringiovanimento universale delle cose, esso è riapparso sotto una forma, nuova, spirituale e non più temporale ». Gli Ostrogoti, i Lombardi, i Franchi non hanno dominata abbastanza l’Italia. Questa sarebbesi ritrovata nel decimo secolo presso a poco tale quale era trecento anni prima di Gesù

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(1) Vedi: Rivista d’Italia, vol. II, fasci II, 1922.

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Cristo. Taine esagera. È più nel vero lo storico inglese Gibbon quando nella sua Storia della de- cadenza e della caduta dell'Impero Romano scrive: Il grande impero all’ombra del quale s'erano ri- posati i popoli dalla terra, era ormai spogliato

delle sue frondi e de’ suoi rami e il suo tronco arido languiva sulla terra disseccata. Al pari di Tebe, di Cartagine, di Babilonia, sarebbe stato cancellato dalla terra il nome stesso di Roma, se questa città non fosse stata animata da un prin- cipio vitale che la rese di nuovo agli uomini e alla civiltà ». Approfondiamo questo concetto sulle orme di uno storico cattolico: « Morendo a Roma, San Pietro fu il supremo benefattore e come il secondo fondatore di Roma; e se gli oracoli an- tichi che presentavano l’eternità del Campidoglio sfuggirono più tardi al rimprovero di menzogna, dovettero a Pietro questa fortuna. Scegliendo per capitale di un mondo nascente la capitale -di un mondo spirante, Pietro fece un colpo di genio. Egli mise al servizio di Roma il cristianesimo, potenza del domani, nel tempo stesso in cui metteva al servizio del cristianesimo la grandezza e la rino- manza di Roma, potenza della vigilia. Fece con- correre alla gloria del suo Dio il lavoro accumu- lato dalle vecchie generazioni romane. Ma questo colpo di genio era un colpo d’audacia. Collocandosi sui sette colli il cristianesimo impegnava imme-

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diatamente un duello col nemico sopra un terreno di cui il nemico sembrava padrone » (1).

Questo nuovo duello richiede una trattazione a parte. Il primo scontro è caratterizzato dall’ap- parizione di un potere spirituale. nettamente di- stinto dal potere temporale di Cesare. La lotta S'è appena iniziata; occorre seguirla nelle sue di- verse fasi.

(1) Vedi: Le Vatican, les Papes et la Civilisation, di G. Goyau André Peratè Paul Fabre, Paris.

BISANZIO

, Chiesa e Stato

Bisanzio

Nel primo periodo, come abbiamo visto, sono stati nettamente distinti i due poteri, civile e reli- gioso. La persècuzione fu la caratteristica di que- sto periodo. La società spirituale, fondata da Cristo, per continuare la sua presenza in una forma visi- bile e tangibile nel mwndo, vale a dire la Chiesa fu ossequente a Cesare in tutto ciò che era del dominio di Cesare; e anche quando Cesare usciva dal suo dominio per mantenere intatto il duplice potere riconosciuto dal mondo pagano, la Chiesa non si rivoltava, non opponeva forza a forza ma- teriale. Quando gli Ebrei s’impossessarono del Redentore per tradurlo sul Golgota, Pietro trasse la spada per difenderlo. Gesù lo richiamò dolce- mente. Non voleva alcuna violenza. Il suo regno non era di questo mondo. Se avesse dovuto difen- dersi a questo modo per compiere l’opera di re- denzione, il Padre suo non avrebbe potuto inviare legioni d’angioli? Pietro era quindi invitato a rinfoderare la sua spada. Infatti se legioni d’an- gioli fossero venuti per stabilire colla forza ed esteriormente il dominio di Gesù, il Regno di Dio, ci sarebbe stato una specie di colpo di stato. Ci sarebbe stato un Cesare che si opponeva a un

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altro Cesare. Il regno di Dio non doveva venire in modo da colpire gli sguardi, ma alla chetichella, interiormente, per convinzione intima, in omaggio a una legge nuova d'amore.

I discepoli coll’aiuto dello Spirito Santo com- presero. Essi andarono alla conquista delle na- zioni ma la loro era una conquista di nuovo ge- nere. Non ‘uccidevano, ma si facevano uccidere. La loro vendetta era di conquistare anime mentre davano il sangue come il Martire del Golgota. Non distruggevano colla violenza gli idoli. Non con1- battevano colle armi di Cesare. Rimanevano nel puro dominio spirituale. Per essere martiri di Cristo e rendere testimonianza della sua verità nel mondo, bisognava fare ciò che aveva fatto il Di- vino Maestro. Dopo tre secoli di persecuzione vio- lenta doveva incominciare un’'éra nuova.

Siamo a Costantino. La Croce, simbolo della nuova religione, è uscita dalle Catacombe e tro- neggia sul Campidoglio. Nell'anno 313 viene pro- mulgato l’Editto di Milano. Esso consacra la li- bertà religiosa: « Bisogna permettere a ciascuno di ubbidire, nelle cose divine, al movimento della sua coscienza... Noi vogliamo semplicemente oggi che tutti quelli che hanno la volontà di seguire la religione cristiana lo possano fare senza timore di essere molestati. Ciò che noi loro accordiamo, l’ac- cordiamo anche agli altri che avranno la libertà di scegliere e di seguire il culto che preferiscono, come conviene alla tranquillità del nostro tempo ».

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È la politica di Gallieno e di Galerio, realizzata da un principe di grande prestigio ed energia.

Costantino debuttò colla libertà dei culti, e se, sopratutto dopo la morte di Licinio (324) lasciò vedere nelle sue parole spesso ingiuriose all’indi- rizzo dei pagani, le sue preferenze personali, si mantenne sempre sul terreno della libertà. Dopo. il periodo della persecuzione, la libertà poteva sembrare un privilegio, ma non lo era. Nel 313, 319, 320 Costantino tolse ai sacerdoti cattolici gli oneri municipali; ma i preti pagani ne erano già esenti. Egli ebbe abbastanza prestigio personale per fare capitolare lo Stato pagano senza dimi- nuzione dello Stato. È stato osservato che era per parecchi titoli il rappresentante del paganesimo ,nel suo tramonto: « Il rispetto che aveva pel Dio della sua vittoria era tutto pagano. Restava il Capo religioso dello Stato pagano, interveniva negli affari religiosi in virtù del vecchio principio pa- gano che il dominio della religione e quello dello Stato sono confusi. Alla fine della sua vita al- lorchè si faceva battezzare da un ariano, faceva un mercato col suo Dio nella maniera pagana » (1). Comunque, s'era fatto un bel passo. Da persegui- tata, la nuova religione diveniva protetta dallo Stato. Questa protezione non era gratuita, esente da pericoli. Sin d’allora si pose il pro-

(1) Légendre e Chevalier: Le cattolicisme et la Société. Paris.

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blema: Tra il potere spirituale e il potere tem- porale quali rapporti dovevano esistere? Da oltre sedici secoli dura il dibattito che promette d’es- sere eterno. Venne trasportato l’impero a Bi- sanzio. Bisanzio è Roma pagana rifugiata in O- riente. Il Cesarismo continua ad alzare bandiera contro lo spirito nuovo. La città del Bosforo che sembrava chiamata alla vita per dare una capitale cristiana agli imperatori convertiti smentiva ben presto le speranze concepite.

Mentre Roma andava di più in più diventan- do la capitale della Chiesa universale, Bisanzio, edificata all'ombra della croce, diveniva il ba- luardo delle idee e dei costumi ripudiati dalla città eternà. Passando dalle rive del Tevere a quelle del Bosforo gli imperatori vi trasportarono il paganesimo ufficiale. La nostalgia del passato era più viva che mai. La sola concessione fatta alle idee cristiane fu di lasciare cadere alla lunga il titolo di «dii » che si dava ai Sovrani prima del secolo quarto. Nel quinto e anche più tardi non mancavano gli adulatori che non arrossivano di chiamare coll’appellativo di «divi » principi cristiani. A parle la questione nominale, i Cesari di Bisanzio, eredi diretti dei Cesari della vecchia Roma, reclamavano gli stessi diritti dei loro prede- cessori. I Cesari avevano esercitato l’ufficio di Sommi Pontefici del culto pagano. I Cesari di Bi- sanzio, come i boro predecessori, intendevano re- stare gli arbitri del cielo e della terra, regnare

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nella società religiosa come in quella temporale. I loro canonisti giustificavano la pretesa di Cesare di conservare il titolo di Sommo Pontefice coll’ar- gomento specioso che aveva avuto lo stesso diritto nella religione pagana. Trascorsero settant'anni tra la conversione di Costantino e l’abdicazione da parte di Graziano a questa dignità che doveva considerarsi a buon diritto un anacronismo storico. Nel settimo secolo un’illustre confessore, San Mas- simo, periva nei supplizi per avere rifiutato di ri- conoscere il pontificato di Costante II e nel secolo VIII, un imperatore eretico, Leone l’Isaurico ri- vendicava, di fronte al Papa stesso, l’autorità assoluta sulla Chiesa e sullo Stato.

« Io sono prete e Re » scriveva egli a Gre- gorio II (1). Questi strani pontefici, seguendo l’e- sempio di Costanzo e di Valente, dirimevano le controversie dottrinali, a colpi di editti imperiali e redigevano essi stessi gli articoli di fede che loro piaceva d’imporre ai popoli. Più di un dogma di marca ufficiale venne lanciato dalla Corte, senza, naturalmente, il riconoscimento della Chiesa.

» E del resto lo stesso Costantino non s'era chiamato il vescovo esteriore? In base a questo ultimo epiteto, inviava talora il ricorso degli ere- tici al giudizio dei Concili. Esaltato invece dal titolo di vescovo, sosteneva tale altra fiata l’eresia contro l’ortodossia, Ario contro S. Atanasio, gli

(1) S. Gregor, II, Epist.

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Ariani contro S. Atanasio. L’ambiente in cui revi- vevano le pretese del nuovo Cesarismo era mera- vigliosamente preparato ad accoglierle. Le popo- lazioni d'Oriente non avevano la fermezza solida del cristianesimo d’occidente. Bisanzio è stato giustamente detto era un impero romano di nazione greca e di costumi orientali. L’assolutismo cesareo aveva trovato il terreno adatto. Ci furono indubbiamente delle nobili eccezioni, registrate nel libro d’oro della storia, ma non è meno vero che vescovi, preti, monaci e fedeli bizantini rivaleggia- vano d’abbiezione ai piedi di Cesare. Ma se l’O- riente era muto, l'Occidente non lo era. La voce del Papato risuonava come un grido di dolore tutte le volte che il Sacerdozio orientale si prostituiva ai piedi del Cesare di Bisanzio. Questo grido di dolore urtava il Sovrano del Bosforo, perchè la Sede di Roma lo volesse o no era consi- derata come il centro, la testa della Chiesa, ad Oriente come ad Occidente. Per soffocare quella voce la lotta contro Roma divenne per gli impera- tori una questione di vita o di morte. Tutte le forze d’Oriente vennero lanciate contro il Papato. Parecchi papi perirono in prigione o in esilio. Parecchie volte il mondo cristiano vide il suo capo spirituale trascinato come un malfattore attra- verso l'impero; ma se si facevano morire i Papi, non si poteva ottenere il loro silenzio. La loro missione era di parlare altamente, di richiamare

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attraverso i secoli il motto liberatore: Date a Ce- sare quello che è di Cesare....

Il cesarismo si sentiva per altro battuto. Se non era possibile sigillare il labbro dei successori di Pietro, si potevano sottrarre i cristiani d'Oriente all'autorità dei Papi. Procedettero per tappe. Di fronte alla Sede di Roma, edificarono il Patriar- cato di Costantinopoli. Come avviene sempre in queste contingenze, fecero appello al sentimento nazionale. Proclamarono che occorreva affrancare la Chiesa greca dal giogo umiliante dicevano della Chiesa di Roma e ristituirle la sua dignità di Chiesa nazionale e sovrana. I canonisti bizan- tini, per riuscire, rabbuiarono le idee. Pretesero che la supremazia, del Papa che riconoscevano . in linea di fatto, ma che volevano sabotare era dovuta alla supremazia politica che Roma aveva avuto nel passato. Ora che la Roma nuova era alla stessa altezza politica della Roma antica do- veva avere le stesse prerogative religiose. Il Pa- triarca di Costantinopoli doveva quindi venir con- siderato come pari, non inferiore al vescovo di Roma.

Questo argomento aveva già servito a far pas- sare Bisanzio da semplice vescovato a Patriarcato. Si prescindeva dal carattere spirituale e dalla Costitu- zione divina della Chiesa. La si faceva dipendere dalle vicissitudini politiche. La plebe fanatica non si domandava se sottraendosi all’autorità di Pietro, fondamento e cardine della Chiesa universale il

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Patriarca di Costantinopoli non sarebbe poi caduto sotto il despotismo illegittimo dell’imperatore.

La roliura tra Bisanzio e Roma si rendeva così inevitabile. Fu Fozio ad alzare pel primo lo stendardo dello scisma orientale. Spezzando l’u- nione cristiana, Fozio inaridiva per la società greca le sorgenti di vita scaturienti dalla rocea di Pietro e gettava la Chiesa d’Oriente ai piedi dei Cesari bizantini. Il crimine era così empio ed in- sensato sopratutto tenuto conto del pericolo che l’Islam dichiarasse una guerra di sterminio che parecchi imperatori non osarono avanzare nella via aperta da Fozio. Ma ormai il dado era gettato. Michele Cerulario, due secoli dopo di luiì, andava sino al fondo della rottura. L’Islamismo | attraversava a passi da gigante le provincie greche dell’Asia Minore e si stabiliva a Nicca quasi di fronte al Palazzo imperiale. Dichiarata la rottura, ‘gli imperatori stessi si videro obbligati di scon- fessarla. Di fronte alla minaccia della mezzaluna, supplicarono il Papa e le popolazioni cattoliche d'Occidente ad accorrere in soccorso. La procla- mazione dello scisma apriva gli occhi dei Cesari bizantini sul carattere fatale di questo. Le offerte ai Papi di ritorno all'unione si moltiplicarono. -

Ancora alla vigilia del 1453, negoziavano al Concilio di Firenze per ristabilire l’unità religiosa da loro spezzata e per dare all'impero agoniz- zante la forza che attendevano dai Crociati. Ma era troppo tardi. Il popolo corrotto, che li aveva se-

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guiti contro Roma, rifiutò di far macchina indie- tro, e nel momento in cui la scimitarra dell’Islam era già levata sul suo capo, profferì il grido stu- pido: Piuttosto turchi che Papisti! Fu l’ultimo ad- dio dal mondo greco spirante. La storia eseguì con una fedeltà implacabile questo desiderio di dannati (1).

Questa era la conseguenza finale dell’asser- vimento della Chiesa d’Oriente ai voleri dei Ce- sari bizantini. « Invece di dominare il mondo per civilizzarlo, essa la Chiesa d'Oriente al dire di Goffredo Kurth si lasciava dominare da lui. Ogni qualvolta le circostanze la sollecitavano a qualche iniziativa generosa, essa si limitava a guardare dalla parte del trono, e, senza gioia e senza fie- rezza, eseguiva servilmente gli ordini che cadevano dall’alto. La regina delle anime era abbassata al rango di istituzione pelitica.

Il suo Sacerdozio fu trasformato